L’AI non deve pensare al posto nostro: deve aiutarci a pensare meglio
Più l’intelligenza artificiale diventa potente, più diventano importanti le idee, le competenze e la capacità di fare le domande giuste.
Questo articolo, almeno all’inizio, non è stato scritto con l’intelligenza artificiale. È nato su un foglio di carta.
A matita.
E, volutamente, in corsivo.
Negli ultimi tempi ho ripreso a scrivere a mano sempre più spesso. In particolare in corsivo. È diventato una sorta di piccolo allenamento per il mio cervello. E credo che abbia molto a che fare con quello di cui voglio parlare.
Perché mentre discutiamo di modelli sempre più potenti, agenti AI, automazioni e sistemi capaci di svolgere attività che fino a pochissimo tempo fa sembravano impossibili, rischiamo forse di dimenticare un elemento fondamentale:
la qualità del nostro pensiero.
Più l’intelligenza artificiale diventa capace, infatti, meno il vantaggio sarà semplicemente “saper usare un tool”. La differenza la faranno sempre di più la qualità delle idee, le competenze con cui sappiamo valutare ciò che l’AI produce e la capacità di trasformare ciò che abbiamo in mente in indicazioni comprensibili e utilizzabili dalla macchina.
E mentre ascoltavo un’intervista di Raffaele Gaito ad Alessio Pomaro continuavo a pensare ad una persona che, probabilmente, avrebbe potuto beneficiare enormemente di questa tecnologia.
Mio padre.
Modelli più potenti non significa modelli capaci di leggerci nel pensiero
L’intervista di Gaito ad Alessio Pomaro mi ha sorpreso. Conoscendo il background tecnico di Alessio, mi aspettavo una conversazione molto concentrata su modelli, architetture e strumenti. Di tecnologia naturalmente si parla. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente è stata l’attenzione dedicata alle competenze, alle idee e al ruolo della persona.
Il concetto che mi sono portato a casa è semplice:
un modello più performante non è, per questo, capace di sapere automaticamente che cosa abbiamo nella testa.
Può collegare enormi quantità di informazioni, analizzare dati, trovare relazioni che noi probabilmente non avremmo individuato, generare ipotesi, scrivere codice, organizzare documenti e aiutarci a esplorare possibilità.
Ma non conosce necessariamente il nostro obiettivo. Non conosce il contesto che non gli abbiamo fornito. E soprattutto non conosce automaticamente il processo mentale o professionale attraverso il quale vogliamo arrivare a un risultato.
Quel processo dobbiamo conoscerlo noi.
Nelle sue riflessioni sull’intelligenza artificiale Pomaro insiste proprio sull’importanza di sistemi costruiti attorno al modello: contesto, istruzioni, strumenti, controlli e capacità di orchestrare correttamente il processo.
Più l’AI diventa brava, più dobbiamo essere bravi a spiegarci
C’è una narrazione sull’intelligenza artificiale che continuo ad incontrare:
“Ormai basta chiedere all’AI. Fa tutto lei.”
È una visione che personalmente trovo limitante. Può forse funzionare per alcune attività semplici. Ma quando vogliamo ottenere qualcosa di realmente significativo credo accada quasi il contrario.
Più lo strumento diventa potente, più diventa importante sapere dove vogliamo andare.
Non significa necessariamente scrivere prompt lunghissimi. Significa essere capaci di trasferire ciò che conta: il contesto, l’obiettivo, i vincoli, le informazioni necessarie, i criteri con cui valuteremo il risultato e, quando serve, il processo che vogliamo venga seguito.
È una differenza importante.
Il prompt engineering, secondo me, non consiste nell’imparare qualche formula magica per parlare con ChatGPT o Claude. Consiste sempre di più nella capacità di strutturare un problema e rendere esplicito il nostro pensiero.
E per farlo servono competenze.
Un modello migliore non rende inutile ciò che sappiamo. Può, al contrario, permetterci di usare molto meglio ciò che sappiamo già.
È un principio coerente anche con una riflessione che Pomaro propone da tempo: l’intelligenza artificiale può amplificare competenze consolidate, ma non crea automaticamente l’esperienza della persona che la utilizza.
Mio padre: quando avere una grande idea non basta
Ed è qui che continuo a pensare a mio padre.
Mio papà è sempre stato un uomo di grandi visioni. Grandi nel senso letterale: spesso immaginava progetti con una portata molto superiore a quella che una singola persona avrebbe potuto gestire. Ma grandi anche per un altro motivo.
Molte delle sue idee erano semplicemente in anticipo. Alcune, quando le raccontava, potevano sembrare quasi folli. Poi passavano dieci, venti o trent’anni e mi capitava di osservare qualcosa che stava realmente accadendo e pensare:
“Questa cosa papà l’aveva immaginata molti anni fa.”
C’era però un problema.
Avere una visione non significa automaticamente riuscire a realizzarla.
All’epoca reperire informazioni era enormemente più difficile di oggi. Approfondire un argomento richiedeva tempo, denaro, telefonate, viaggi, persone da incontrare. E poi bisognava trasformare quell’idea in qualcosa che potesse essere compreso dagli altri.
Bisognava analizzarla. Trovarne i punti deboli. Capire quali competenze servissero. Trovare le persone giuste. Raccontare il progetto. Coinvolgerle. Convincerle. Organizzarle.
In termini contemporanei diremmo che servivano contemporaneamente competenze tecniche, capacità relazionali, comunicazione, organizzazione e leadership.
E mio padre, soprattutto nel trasformare le proprie visioni in qualcosa di strutturato, raccontabile e trasferibile agli altri, aveva delle difficoltà.
E allora mi sono fatto una domanda.
Se mio padre avesse avuto l’intelligenza artificiale generativa
Cosa sarebbe successo se il mio papà di trent’anni fa avesse avuto a disposizione l’intelligenza artificiale generativa di oggi?
Immagino per un attimo di poterlo teletrasportare nel 2026.
Gli insegnerei alcune cose. Come funziona, almeno a grandi linee, un modello linguistico. Quali sono i suoi limiti. Perché non bisogna fidarsi ciecamente delle risposte. Come verificare ciò che produce. E soprattutto come dialogare con il sistema, fornendogli le informazioni necessarie per lavorare sulla sua idea.
Poi lo lascerei fare.
Credo che, per una persona come lui, l’AI sarebbe stata un amplificatore straordinario. Non perché avrebbe avuto le idee al posto suo.
Le idee le aveva già.
Ed è questo il punto.
L’intelligenza artificiale avrebbe potuto aiutarlo a metterle alla prova. Fare una prima analisi critica. Evidenziare punti deboli e contraddizioni. Raccogliere e organizzare informazioni. Suggerire domande alle quali magari non aveva pensato. Aiutarlo a trasformare una visione presente nella sua testa in un progetto comprensibile anche agli altri.
Costruire una prima struttura. Individuare le professionalità necessarie. Preparare documenti per raccontare il progetto.
In altre parole:
avrebbe potuto aiutarlo a mettere a terra la sua visione.
Ed è forse questo uno degli aspetti dell’intelligenza artificiale che mi affascina di più.
AI come scorciatoia o AI come amplificatore?
Spesso vedo l’AI utilizzata nella direzione opposta. Non come strumento per amplificare il pensiero, ma come strumento per evitarlo.
“Scrivimi qualcosa.” “Fammi una strategia.” “Dammi un’idea.” “Decidi tu.”
È certamente comodo. Ma non sono convinto che questa sia la parte più interessante della rivoluzione che stiamo vivendo.
Anzi.
Credo che una delle grandi differenze dei prossimi anni sarà proprio come decideremo di utilizzare questa potenza.
Possiamo usare l’intelligenza artificiale come scorciatoia per fare meno fatica. Oppure possiamo usarla per esplorare meglio un’intuizione, sottoporre un’idea a critica, vedere un problema da prospettive differenti, approfondire ciò che già conosciamo e trasformare più velocemente un pensiero in qualcosa di concreto.
Nel primo caso rischiamo di delegare il pensiero. Nel secondo lo amplifichiamo.
L’AI diventa realmente interessante quando dall’altra parte c’è qualcuno che ha qualcosa da dire, un problema che conosce, un’intuizione da esplorare o una visione da costruire.
A quel punto la macchina non sostituisce il pensiero.
Lo moltiplica.
E più potenti diventano questi strumenti, più la differenza potrebbe essere determinata proprio da ciò che siamo capaci di mettere davanti a loro: le competenze, l’esperienza, la curiosità, la capacità critica, la conoscenza di un mestiere, la capacità di fare domande, la capacità di vedere qualcosa che ancora non c’è.
Agenti AI: più autonomia richiede più controllo umano
Questo ragionamento diventa ancora più evidente quando passiamo dalla semplice conversazione con un chatbot alla costruzione di agenti AI.
Un agente può svolgere attività, utilizzare strumenti, recuperare informazioni e compiere sequenze di azioni con un livello crescente di autonomia. Ma quella autonomia non elimina il bisogno di progettazione umana.
Lo aumenta.
Qualcuno deve stabilire l’obiettivo. Definire le istruzioni. Decidere quali strumenti può utilizzare. Impostare limiti e controlli. Stabilire come valutare il risultato. E soprattutto comprendere abbastanza bene il processo che si vuole affidare all’agente.
Un agente può eseguire un processo, ma qualcuno deve prima conoscere quel processo abbastanza bene da descriverlo, vincolarlo, controllarlo e valutarlo.
È qui che entrano in gioco anche concetti come osservabilità e monitoraggio: se un sistema agisce attraverso diversi passaggi e strumenti, dobbiamo poter capire che cosa sta facendo e individuare dove qualcosa non funziona. Le riflessioni tecniche di Pomaro sui sistemi agentici insistono proprio sull’importanza di contesto, tool, controlli e monitoraggio oltre al semplice modello linguistico.
Costruire una dimostrazione funzionante è una cosa. Portare un sistema nei processi reali, dove deve operare molte volte, in modo affidabile, controllabile e sostenibile, è un’altra.
Ed è interessante che si torni sempre allo stesso punto:
prima di automatizzare un processo dobbiamo comprenderlo.
La tecnologia non elimina la necessità di pensare. La rende ancora più evidente.
Dovremo imparare anche a non sprecare intelligenza artificiale
C’è poi un altro tema destinato, secondo me, a diventare sempre più importante: l’efficienza.
Quando utilizziamo un servizio AI attraverso un abbonamento mensile possiamo avere la sensazione di utilizzare una risorsa quasi infinita. Quando invece l’intelligenza artificiale entra concretamente nei processi aziendali, ogni chiamata, ogni modello utilizzato e ogni sequenza eseguita da un sistema ha implicazioni in termini di risorse, prestazioni e costi.
Per questo credo che nei prossimi anni diventerà importante non soltanto sapere usare l’AI.
Dovremo imparare a usarla quando serve e nel modo giusto.
Sperimentare continuerà a essere fondamentale. Ma diventerà altrettanto importante imparare a sperimentare bene.
Capire quando utilizzare un modello potente. Quando ne basta uno più semplice. Quando serve un agente. Quando basta un’automazione tradizionale. E anche quando l’intelligenza artificiale non serve affatto.
Le architetture AI più mature stanno infatti spostando l’attenzione dal solo “modello migliore” alla progettazione dell’intero sistema e all’efficienza con cui viene orchestrato.
AI e competenze: serviranno ancora teste pensanti
Ed eccomi quindi alla riflessione dalla quale sono partito.
Sento spesso raccontare l’intelligenza artificiale come una tecnologia destinata a rendere progressivamente meno importanti le competenze umane. Io credo che almeno una parte della storia possa andare nella direzione opposta.
Potremmo avere bisogno ancora di più di persone capaci di pensare. Di osservare. Di mettere in relazione le cose. Di formulare ipotesi. Di conoscere profondamente un mestiere. Di distinguere una buona risposta da una risposta semplicemente plausibile. Di fare le domande giuste. Di immaginare qualcosa che ancora non esiste.
Probabilmente cambierà il modo in cui lavoriamo. Alcune attività verranno delegate alle macchine. Alcune competenze cambieranno. Altre perderanno importanza e ne nasceranno di nuove.
Ma proprio quando gli strumenti diventano straordinariamente potenti e accessibili a moltissime persone, avere accesso allo strumento non basta più a creare una differenza.
La differenza torna a essere ciò che decidiamo di farne.
Ed è per questo che continuo a pensare a mio padre.
Non so se con l’intelligenza artificiale generativa sarebbe riuscito davvero a realizzare qualcuna di quelle sue idee apparentemente impossibili. Naturalmente non posso saperlo.
Ma sono quasi certo di una cosa.
Avrebbe avuto molte più possibilità di provarci.
Per me questa è una delle opportunità più straordinarie che abbiamo davanti.
Non utilizzare l’intelligenza artificiale per smettere di pensare.
Utilizzarla per permettere al nostro pensiero di arrivare più lontano.
Quindi continuerò a sperimentare con modelli, agenti, prompt e nuovi strumenti. Ma continuerò anche, ogni tanto, a prendere un foglio.
Una matita.
E a scrivere in corsivo.
Perché se davvero il nostro pensiero sarà ciò che farà la differenza, allora vale la pena tenerlo allenato.
Tenete allenato il cervello.
E vi auguro di essere tra le teste pensanti del prossimo futuro.